La psicologia in Donnie Darko

26.07.2017

Come si distingue un sogno dalla realtà? Come reagisce l’Inconscio quando ci muoviamo al limite tra la vita e la morte? Che rapporto c’è tra visione profetica e delirio?

Nella proposta di un’escursione esplorativa attraverso i meandri ombrosi e le fitte foreste della giungla della mente, parte dell’itinerario sarebbe dedicata a una comprensione migliore del rapporto che la fantasia instaura con la grezza impressione del mondo esterno che i 5 sensi ci offrono.

Mi sembra opportuno, perciò, parlarvi di Donnie Darko, film diretto dal signor Richard Kelly nel 2001, ampiamente riconosciuto cult dalla critica cinematografica per la sua trama a dir poco complessa e la felice selezione di fotografia, sceneggiatura e colonna sonora.

Donnie Darko è simile a una religione ed è certamente pretenzioso tentare di spiegarlo, ragionarci su e interpretarlo con i soli strumenti della coscienza, la quale farebbe il lavoro del macellaio, dividendo tutto in piccole parti e rischiando di farci perdere la gestalt (il tutto, la forma) del racconto. Perciò, vi invito e mi invito a lasciar fluire le parole quel tanto che basta per offrire un filo di causa-conseguenza all’articolo e, per il resto, a lasciar lavorare l’immaginazione e l’intuizione proprie della nostra realtà interiore. Non tenteremo una spiegazione scena per scena del film, piuttosto affronteremo i temi secondo noi fondanti e più precisamente psico-logici.

 

Chiudere gli occhi e aspettare nel nero

“Non esisti solo tu al mondo”, “Non crederti chissà chi!”, “Guarda che ci sono problemi peggiori”: sono solo alcune delle frasi che spesso ci sentiamo dire nei momenti di difficoltà, quando le transizioni tra un’ingenua comprensione del mondo e una nuova e più matura tentano di compiersi in noi. Può accadere nell’adolescenza, la prima volta che una persona che amiamo ci lascia, quando vediamo il papà piangere ed essere fragile oppure quando ci viene chiesto di scegliere per il nostro futuro, quando siamo stanchi di non poter scegliere per il nostro futuro… Insomma, tutte le volte che ci troviamo faccia a faccia col crollo delle certezze e sperimentiamo Inconscio nella sua verità più brutale. Quando non abbiamo idea del futuro, di cosa ci aspetta oltre il fondo della tana del bianconiglio e chiediamo aiuto, sono i genitori, gli amici, le “vecchie” tradizioni che rispondono spaventati e con un’apparente vena di saggezza alla comparsa della novità che viene - per mezzo di ognuno di noi! - a stravolgere il mondo finora conosciuto.

In quei momenti di estrema solitudine, col triste presupposto che non ci sono più riti di passaggio a consacrare il nostro dolore e che la società sembra remarci contro, subentrano differenti modi di affrontare il vuoto tra una sponda di sicurezze e l’altra, ma possono essere riassunti in queste due posizioni: per usare un francesismo, avere culo o non averne.

Innanzitutto serve coraggio per non scappare dalle trasformazioni e un forte senso di sè: non si può cambiare senza il requisito minimo di sapere che qualcosa dentro di noi sarà sempre “Io”. Ma non basta.

Servono culo e molte preghiere per intuire che qualsiasi immagine provenga dal nero del subconscio (perché qualcosa verrà) non viene per essere una certezza eterna e non sempre appartiene alla realtà che sperimentiamo quando siamo svegli, ma che comunque merita di essere ascoltata affinché produca in noi la magia che ci renderà pezzi unici della Storia.

 

SPOILER ALERT 

(se non avete ancora avuto la fortuna di godere del film,

non andate oltre con la lettura!)

 

Il presentimento di un cambiamento totale

Donnie Darko si trova a fare i conti con una morte imminente: la turbina di un boeing 747 precipita dal cielo nella sua camera da letto e lo schiaccia. Fin qui, nulla di eccezionale diremo: ci sta che una persona possa morire così, che possa esserci un giorno e il giorno dopo svanire nel nulla.

La mente, tuttavia, non ci sta mai. La coscienza di Donnie, inscindibilmente legata all’Inconscio e al sesto senso che presagisce un evento definitivo come l’evento della morte, reagisce aprendo uno spazio nella realtà e nel tempo che durerà 28 giorni; un periodo, questo, in cui il nostro protagonista potrà distinguere se stesso dall’amalgama di persone sulla faccia della terra - che ogni giorno periscono senza lasciare traccia - e in cui potrà trovare il coraggio di morire non a caso, non come tanti, ma unico nel suo genere e per un preciso motivo. Stiamo parlando del problema dell’individuazione, particolarmente caro all’universo junghiano della psicologia del profondo, che vede le persone come nuclei di potenzialità esprimibili attraverso un percorso che invita ad “essere ciò che si è nati per essere”.

Nel periodo di tempo che si apre tra l’attimo prima che Donnie muoia e il momento in cui Donnie morirà, si svolge la storia narrata da Kelly. Il coniglio Frank, un ragazzo morto che viene dal futuro vestito di un bizzarro costume di Halloween, profetizza a Donnie che la fine del mondo giungerà fra esattamente 28 giorni, 6 ore, 42 minuti e 12 secondi.

Il protagonista, comprensibilmente, è sconcertato da questa rivelazione e si sente improvvisamente fatto carico di un peso difficilmente sopportabile: egli deve salvare il mondo e le persone che ama come un supereroe in incognito, che può rivelare davvero poco di ciò che Frank, il suo mentore, gli dirà di volta in volta. Nessuno sembra vicino a Donnie in questa battaglia e lui, con una consapevolezza sempre più affinata - persino superiore a quella dello spettatore - inizia a incasellare le tessere del puzzle che lo portano e ci portano a capire come un mondo davvero finirà: il suo particolare mondo, il tempo della sua esistenza.

La fantasia di fine del mondo, di un Sole che sta per diventare buco nero e terminare la terra, è un tema ricorrente nei deliri di molti schizofrenici, che presagiscono in maniera distaccata la scomparsa della loro Coscienza nelle tenebre dell’Incoscienza. È altresì vero che la differenza tra schizofrenia e morte non è sempre così determinabile e che i sogni di molte persone la cui dipartita si approssima si animano di fantasie simili a quelle appena descritte (questi temi sono ampiamente trattati in Bollas, 2016 e Von Franz, 1984).

 

I viaggi nel tempo

Il tema del viaggio nel tempo viene richiamato in moltissime occasioni dalla pellicola. In particolare, l’oggetto essenziale che Donnie non manca mai di citare è un libro regalatogli dal professore di fisica, “La filosofia del viaggio nel tempo”, che lo guida nell’ordinare gli eventi altamente incomprensibili che si susseguono nell’arco dei 28 giorni.

Per una migliore partecipazione cosciente alle scene del film, dobbiamo qui ricordare che Inconscio, in quanto dimensione prima di tutte le manifestazioni psichiche, prescinde dalle categorie di spazio e tempo - introdotte dall’emersione storica della Coscienza - e rende possibile un accavallarsi dell’Universo su se stesso nell’esperienza del soggetto: dominato e sommerso dal subconscio, egli percepirà una coesistenza di presente passato e futuro. Il tempo nella dimensione inconscia, come nei casi delle estasi mistiche, nei sogni, nei fenomeni quali i deliri o le allucinazioni, subisce delle alterazioni consistenti: da questi particolari stati proviene l’idea che l’aldilà (l’Inconscio, ciò che sta aldilà del conscio) sia caratterizzato dall’assenza di tempo, da una certa eternità, così come da una serie di eventi che accadono tutti nello stesso “istante”.

Per evitare l’affezione mentale delirante tipica della schizofrenia, che renderebbe Donnie un soggetto casuale e l’intero film un documentario sul disagio psichico, al ragazzo viene data la possibilità di vincere l’insensatezza delle visioni che lo preparano alla morte con l’aiuto delle parole di Roberta Sparrow, autrice del libro. Il manufatto, offre al protagonista la possibilità di organizzare le esperienze vissute. Anche la psicoterapeuta, la dottoressa Turman, è un aiuto nello stesso senso.

In questo preciso momento entra in gioco l’elemento culo accennato nell’introduzione. Se Donnie sta vivendo in un universo parallelo, in una visione atemporale generata dalla mente in subbuglio in punto di morte, il libro che gli viene donato è anch’esso un artefatto proveniente dagli abissi dell’Inconscio. Se supponiamo poi l’Inconscio come impersonale e disinteressato rispetto alla vita cosciente, ci si pone giustamente la questione di come la mente, nei momenti di transizione più delicati e in maniera casuale, possa evitarsi da sola e nella maggior parte dei casi lo sbandamento nella psicosi, producendo contenuti che ordinano i suoi processi caotici, evitando al soggetto di cadere nel disordine. Non è raro risolvere la questione dicendo a se stessi che il soggetto è stato fortunato.

 

Dio

Nei casi appena citati e nel corso del film entra in gioco, sebbene in maniera tangente, il problema di Dio.

Se consideriamo il film come un bagno nella mente di una persona in punto di morte, cioè Donnie, stiamo quindi presupponendo di osservare una sequenza di visioni ordinate prodotte dal suo Inconscio. La domanda è: chi sono le persone all’interno di queste visioni? Chi sono la famiglia di Donnie, Gretchen Ross - ovvero la fidanzata -, il pedofilo Jimmy Cunningam, i compagni di classe, i professori e soprattutto il coniglio Frank? O meglio, cosa sono? Se fossero solamente ricordi di Donnie, immagini della sua memoria che prendono vita come accade nei sogni più comuni, questo non potrebbe spiegare l'onniscienza di Frank e il suo “provenire dal futuro” e nemmeno le preziose nozioni contenute nel libro sui viaggi nel tempo della signora Sparrow.

Questi dubbi potrebbero richiamare l’intuizione di alcuni psicologi (Hillman, Jung, Von Franz, Laing…) sulla possibile esistenza di coscienze autonome all’interno dell’Inconscio, con le quali possiamo venire in contatto in determinate condizioni mentali. L’esistenza di queste coscienze potrebbe anche essere una spiegazione alle molte considerazioni della religione e della mitologia sul problema di “esseri divini” o Altri che parlano nei sogni e nelle situazioni di trance, nonché sul problema psicologico di Dio.

 

È la fine del mondo per come lo conosciamo (e mi sento bene)

Nell’ultima memorabile scena, poco prima che la bellissima Mad World dei Tears For Fears (nella versione di Gary Jules) faccia la sua entrata nel quadro, vediamo Donnie ridere di gusto di un qualcosa che intimamente ha compreso e che a noi, spettatori, sfugge. I mistici zen, i taoisti e alcune correnti laterali del buddhismo, descrivono l’esperienza del satori, dell’illuminazione, alla stregua della comprensione di una battuta di spirito. E a buon diritto! Dopo l’immensa trafila di complicazioni e immagini enigmatiche che hanno portato il nostro protagonista attraverso la tana del bianconiglio, è comprensibile ridere con Donnie nel trovare, alla fine della fiera, la stessa realtà che ci si era lasciati alle spalle.

La stessa realtà? No, no di certo!

L’Inconscio e la psiche sono fenomeni naturali che nell’uomo si manifestano la maggior parte delle volte legati a un qualcosa di trascendente (o, perlomeno, che tende con tutte le sue forze alla trascendenza!) che è la Coscienza. Questo costringe la natura nell’uomo - di per sé non diversa dalla natura ciclica di nascita e morte delle piante e degli animali - a presentarsi sempre come una natura teleologica, orientata verso un fine, uno scopo, una meta che possa concludere la storia che era iniziata.

Se l’individuo accetta di buon grado questa condizione allora viene aiutato dalla sua stessa natura a sopportare meglio le transizioni, i colpi bassi, i cambiamenti traumatici che la vita gli presenta. Se l’individuo invece fatica ad accettare le condizioni irrazionali di un Inconscio che chiede di collaborare con la Coscienza - vuoi per paura di perdere se stesso, vuoi per una poca considerazione dei suoi limiti e quindi a causa di una certa hybris dell’Io - con la stessa difficoltà e con una certa resistenza cercherà di preservarsi dallo scorrere e dal cambiare.

Ma la natura non muta i suoi connotati e il tempo non cessa di scorrere per consolare colui che disdegna la trasformazione, anzi, quest’ultimo verrà trasformato contro la sua stessa volontà. Nel caso della storia di cui abbiamo parlato finora, il regista ci mostra - forse non essendone del tutto consapevole - la pacata accettazione e la risata di chi ha silenziosamente presagito un’importante svolta della vita, ne ha saputo valorizzare le premesse e le immagini e infine l’ha accolta.